Bracconaggio, pallini di piombo e veleni

(dal sito: www.scrignodipandora.it)

Era la fine di ottobre di quest’anno, poco più di un mese fa, quando una giovane Aquila reale (Aquila chrysaetos) viene impallinata da un bracconiere sul Monte Grappa, in Veneto. Perde la sua unica vita… così. Freddata da un fucile da caccia e dalla mente deviata dell’uomo.

I giovani delle aquile reali, una volta involati, trascorrono un periodo di “addestramento alla caccia” e quindi alla sopravvivenza imparando dai genitori, poi diventano erratici, ossia si allontanano dal loro territorio natio e dai genitori stessi, per affrontare lo loro vita da soli.

L’erratismo è un periodo molto delicato per le aquile, lo è la giovinezza stessa un po’ in tutte le specie animali, perché l’individuo inesperto si troverà a vagare passando per diversi territori, molti occupati da altre coppie di aquile territoriali, potenzialmente aggressive a “casa loro”, dovrà procurarsi il cibo e affrontare le condizioni avverse a cui l’ambiente fisico lo sottoporrà. Se avrà fortuna col tempo troverà un compagno/a e un suo territorio dove stabilirsi per la vita.

© ph Fabio Borlenghi

Insomma essere una giovane aquila non è affatto semplice, la sua vita è dura ed esposta a svariati rischi. La mortalità difatti in questa fase di “gioventù” è molto alta già secondo le condizioni dettate dalla natura stessa. A queste però si aggiunge la mano dell’uomo, quella sanguinaria.

Il mio primo vero “incontro” di studio sulle aquile reali è stato quando ero ancora all’università. Seguii un corso specifico sui rapaci con i miei amici del gruppo di zoologia. Durante questo periodo facemmo dei campi di sorveglianza ad un nido attivo di Aquila reale per monitorare la delicata fase della nidificazione e soprattutto per tenere lontano eventuali malintenzionati.

Bei ricordi… ma oggi, passati trent’anni, ho una consapevolezza sulla fragilità della vita selvatica ben diversa da quella della ragazza di allora. Le aquile reali che cadono uccise o gravemente invalidate per la vita dalla mano dell’uomo sono ancora oggi una cruda realtà, pesante. Di seguito voglio riportare alcuni dei casi che ho registrato nel tempo, mio malgrado.
Gennaio 2007, Valsassina, Comune di Primaluna (LC), uno splendido individuo maschio di Aquila reale viene ritrovato ucciso a fucilate e con le zampe e le ali fratturate dall’immondo bracconiere che ha premuto il grilletto. L’animale era stato volutamente attirato su una carcassa di pecora sistemata ad hoc nel posto dove è stato fucilato.

In Valsugana (Trento) a dicembre dello stesso anno viene impallinato un individuo femmina di Aquila reale di tre o quattro anni trapassato da due pallini di medio-grande calibro. Uno le frattura il femore e l’altro arriva al torace. Purtroppo nello stesso mese un’altra Aquila reale viene ritrovata in agonia sui Monti della Val Chisone nei pressi del Comune di Pramollo (TO), anch’ella fucilata. Si tenta di salvarla amputandole l’ala trapassata dai pallini, ma l’animale muore poco dopo l’intervento.

Nel 2013 nella zona di Monte Maggiore, comune di Campello sul Clitunno (PG), è stata rinvenuta la carcassa di un’Aquila reale di due o tre anni colpita dai pallini di un’arma da caccia. Le furono trovati due pallini nel basso addome, uno nella cassa toracica e lo sparo le strappò via il becco.

A settembre del 2014 nei Monti di Pula in Sardegna è stata ritrovata un’Aquila reale uccisa a fucilate. Nel mese di maggio del 2020 sui Monti Sibillini, nella Valle del Tenna, Comune di Montefortino (FR), un’Aquila reale viene ritrovata uccisa, era stata trafitta da quattro pallini da arma da fuoco. Nello stesso mese, viene uccisa in Val Pusteria in Alto Adige, una femmina di Aquila reale nel suo nido intenta a covare le sue due uova, prossime alla schiusa. Una mamma Aquila freddata mentre stava dedicandosi a far nascere la vita.
I più dimenticano presto un animale selvatico morto ucciso in qualche posto impervio nelle montagne o altrove, tuttavia a mio parere è bene conservarne invece una memoria, perché è la traccia del nostro mal agire reiterato nel tempo, è la traccia della nostra indole che fa fatica a mutare in un atteggiamento di rispetto, nonostante le sempre più importanti attività di educazione ambientale messe in atto da uomini e donne di buona volontà.

Tutte queste aquile reali sono morte ammazzate ed è chiaro che il numero va per difetto, dato che ce ne saranno altre mai ritrovate, cadute dai loro maestosi voli pesantemente a terra come il piombo che ne è la causa. I pallini da caccia però fanno anche altro, penetrano come fulmini e se non tolgono la vita, la invalidano per sempre. Lo stesso piombo con cui sono fatti inoltre avvelena gli individui che ne sono vittime e che moriranno di una morte lenta e in agonia, le loro carcasse a sua volta verranno mangiate da altri animali che si avveleneranno anche loro, creando una catena di morte. Il Saturnismo, ossia l’avvelenamento da piombo, negli animali, ma anche nell’uomo, è una emergenza da pochi conosciuta e davvero molto molto pericolosa per le catene alimentari ecologiche.

Gli individui che scampano alla morte e vengono ritrovati, sono soccorsi e accolti dai Centri di Recupero della Fauna Selvatica (CRFS) sparsi nella nostra penisola, non molti purtroppo ed hanno un lavoro enorme sulle spalle. Le aquile che si salvano possono rimanere cieche da uno o entrambi gli occhi o possono perdere l’uso di una o entrambe le ali o riportare gravi danni e lesioni ad apparati e organi. Nei Monti Sibillini ci sono stati ad esempio due casi di Aquile reali gravemente ferite da pallini da caccia, una nel 2001 nei pressi di Bolognola (MC) che perse l’uso di un’ala e rimase in cattività a vita e l’altra nel 2012 sull’Altopiano di Macereto (Visso, MC) riportò la frattura di un’ala e la perdita di un occhio, anche lei è rimasta in cattività non potendo più cacciare.

Insomma queste aquile ferite, se ce la fanno a salvarsi, non torneranno però mai più in natura. La loro vita, si restringerà dentro una voliera, costrette ad una cattività che non avrà più vie di uscita. Forse verranno mostrate alla gente, ai bambini, ai visitatori dei Centri, diverranno l’incarnazione di quel lato oscuro che risiede nell’uomo che dobbiamo contrastare attraverso la conoscenza, l’amore e quindi il rispetto sia verso questi magnifici grandi rapaci sia più in generale verso ogni forma di vita selvatica.

A giugno del 2016 un’Aquila reale è stata ritrovata nei Monti Sabini appesa ad un ramo a testa in giù. Le cause possibili potrebbero essere state avvelenamento o intossicazione. L’animale presentava problemi di orientamento ed equilibrio. A marzo del 2019 tra i comuni di Leonessa e Monteleone di Spoleto, tra le province di Rieti e Perugia, gli individui di una coppia di Aquile reali sono stati ritrovati senza vita, avvelenati. Quello dell’avvelenamento da sostanze nocive è un altro degli annosi problemi che affligge la fauna selvatica. Gente senza scrupoli sparge bocconi avvelenati nei boschi e in natura, uccidendo gli animali che vanno a nutrirsene.

Il problema ulteriore è che poi quando questi animali vengono mangiati da altri animali, come è nel normale corso delle cose che riguardano le catene alimentari ecologiche, il veleno passa anche in questi ultimi, provocando ulteriori morti o animali che si ammalano che, se non ritrovati in tempo e soccorsi, sono destinati a morte certa.
I Centri di Recupero della Fauna Selvatica sono delle vere benedizioni, nascono spesso per opera di associazioni ambientaliste e vi operano volontari che dedicano, con serietà, parte del tempo ed energie della propria vita ad aiutare altre vite ferite.

A tutti loro, permettetemi, va il mio sincero “grazie”. I CRFS sono un concreto aiuto per le comunità ecologiche e per le comunità umane e a ragion di ciò, a mio parere, andrebbero sostenuti da sovvenzioni statali, regionali e comunali quando invece poggiano per la maggior parte sulle donazioni di persone comuni ma lungimiranti. I costi che devono affrontare sono tanti: cure veterinarie, farmaci, strutture per ricoverare gli animali, strutture per riabilitare i più fortunati ad una vita libera, penso ad esempio a grandi voliere dove gli uccelli possono con il tempo recuperare le capacità di volo. Insomma è scandaloso che le amministrazioni pubbliche non inseriscano i CRFS nei loro bilanci economici e li lascino a loro stessi come se la cura e la riabilitazione della fauna selvatica, i cui danni sono per lo più causati da noi, non sia di competenza di una Stato civile che si riconosca tale.

Eppure la Grande Anima Mahatma Gandhi ci ha lasciato queste parole: “The greatness of a nation and its moral progress can be judged by the way its animals are treated.” (La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui i suoi animali vengono trattati.”)
Possiamo ritenerci una nazione le cui fondamenta si basano su un progresso morale che riguardi anche le vite diverse da noi? Sinceramente, siamo ancora molto indietro e amaramente mi intristisce ammetterlo.

“L’Aquila, come tutti gli uccelli, non vola solo con le ali, ma con tutto il corpo, gli occhi, il sistema nervoso, la «fantasia», i «sentimenti» e tutta l’esperienza accumulata dall’individuo nella sua vita e quella accumulata dalla specie durante il lungo e complesso processo evolutivo.” Così scriveva Bernardino Ragni nel suo indimenticabile “Mal d’Aquila”.

È proprio questo lungo processo evolutivo che l’ha portata fino ad oggi che ci evidenzia la preziosità ed irripetibilità di questo magnifico animale, la cui “anima” ci sovrasta dalla notte dei tempi e il cui altissimo volo, in qualche modo, ci fa sentire più vicini al cielo.

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