Eolico offshore nel Canale di Otranto

I luoghi. Puglia nel Canale di Otranto A venti chilometri dalla costa sorgerà il più grande impianto italiano offshore, in nome della nuova (malintesa) economia verde

Sulle rotte dei grifoni minacciati dal parco eolico

Le pale al largo di Tricase stermineranno i migratori e condanneranno i delfini Gira su’ ceppi accesi/ lo spiedo scoppiettando (…)/ tra le rossastre nubi/ stormi d’ uccelli neri,/ com’ esuli pensieri,/ nel vespero migrar. (Giosuè Carducci) Il filmato Una foresta di pali ed eliche che ai volatili sembreranno alberi. In Rete c’ è un filmato girato a Creta: mostra che cosa accade agli uccelli L’ affare L’ energia del vento è «l’ affare degli affari», ha detto Tremonti. Rende molto di più del narcotraffico, specie da noi, primi in Europa nei finanziamenti pubblici

C’ è un punto preciso, nel canale di Otranto, che la comunità nazionale e internazionale farebbe bene a non perdere mai di vista. Individuarlo è facile. Basta tracciare una linea retta sulla carta geografica fra il porto pugliese di Tricase e l’ incantevole insenatura della greca Paleokastritsa, nell’ isola di Corfù. Sono poco più di sessanta miglia marine, all’ incirca settantadue chilometri. Il «punto» di cui parliamo si trova a una ventina di chilometri da Tricase e, come vedremo, sembra partorito dalla lucida follia di un genio del Male. Perché sarà proprio in quel punto che il grifone morirà. Decapitato. E con lui, sempre lì, in quel maledetto punto preciso, verranno abbattute intere «divisioni» dell’ esercito di uccelli migratori che attraversano il mare Mediterraneo. Aironi rossi, bianchi, cenerini. Cicogne bianche e nere, che magari avrebbero sperato di raggiungere le torri di Avila, in Spagna, o i comignoli di Copenaghen, sui quali poter appollaiarsi felici. E poi gru e fenicotteri. Gabbiani e pellicani. Gufi reali e falchi. Il falco della regina e il falco pellegrino. E poi ancora tordi, rondini, upupe, anatre, colombi, oche, beccacce e tutti i passeriformi… Ma torniamo alla nostra retta immaginaria fra Tricase e Paleokastritsa. In realtà è una rotta, come sanno bene pescatori e navigatori. Una rotta che ha visto di tutto. Navi turistiche, pescherecci grandi e piccoli, barche a vela, yacht miliardari, unità militari, piroscafi arrugginiti e stracolmi di disperati, come i diecimila albanesi a bordo del Vlora sbarcati a Brindisi nel 1991. E poi, per tutti gli anni Novanta e fino a ieri, scafi e gommoni di trafficanti di esseri umani, a cui decine di migliaia di «clandestini» – profughi di guerra, perseguitati politici, poveri – affidavano la propria vita. Spesso sacrificandola per sempre, assieme a tutti i loro risparmi. Su questa rotta bellissima, magica, dove ancora si vedono i delfini saltare fuori dall’ acqua all’ inseguimento dei traghetti e si può scorgere la mole di un capodoglio che, infastidito dal moto ondoso delle imbarcazioni, si allontana, negli ultimi venti anni hanno perso la vita decine di migliaia di esseri umani. Uomini, donne, bambini – curdi, albanesi, rom, cingalesi, iracheni, afghani, pachistani, il conto delle «etnie» ormai non lo tiene più nessuno -, che sono finiti in pasto ai pesci o nel ventre di qualche nave greca naufragata duemilacinquecento anni fa e ancora custodita dagli abissi. Questa rotta magica, se guardi il mare un po’ meglio e un po’ più in profondità, ti ricorda che il canale di Otranto è un cimitero. Un cimitero di cui l’ umanità dovrebbe vergognarsi. Questa rotta, da millenni, è anche la strada migratoria obbligata del grifone e di tutte le altre specie di uccelli che ora rischiano di essere falciati in mare aperto, in quel punto preciso al largo di Tricase, dove la giunta (di centrosinistra) della Regione Puglia ha approvato, con una velocità degna di miglior causa, e nonostante una prevedibile sentenza contraria della Corte Costituzionale che puntualmente e per fortuna è arrivata, la realizzazione del più grande parco eolico italiano offshore. Ventiquattro torri, ciascuna alta centotrenta metri. Una foresta di pali ed eliche che agli uccelli sembreranno alberi e fronde mosse dal vento e che ingannerà non soltanto il grifone e i suoi fratelli, ma anche i delfini e i capodogli. I quali, a causa del rumore degli aerogeneratori perderanno il senso dell’ orientamento e finiranno «spiaggiati», com’ è già accaduto sui litorali del Gargano per colpa dei boati delle esplorazioni petrolifere sottomarine. Non è un allarme per evitare un rischio. È una certezza. Il grifone, questa sorte, l’ ha già subìta. In Rete c’ è un filmato girato a Lendas, nel Sud dell’ isola di Creta, il 27 ottobre 2009, che meriterebbe d’ essere proiettato nelle scuole e divulgato come le foto delle foche uccise a bastonate in Norvegia e in Canada o come la foto-simbolo (benché finta, perché «costruita» per ragioni di propaganda militare) del cormorano ricoperto di petrolio durante la guerra del Golfo del 1991. Nel filmato si vede il grifone colpito da un’ elica e si sente persino il colpo secco, come di una mannaia, che lo abbatte. Il grifone precipita al suolo. Vorrebbe rialzarsi, ma non ce la fa. Ricorda l’ albatro di Baudelaire che cade, apre le ali, zoppica, ma non riesce a riprendere il volo. Dopo un po’ quel grifone, uccello caro agli dèi, si accascia e muore lì, nella terra del padre degli dèi, dove Rea nascose Zeus per sottrarlo a Crono, che divorava i suoi figli. In nome dell’ energia pulita, che tutti vorremmo, anche questo corridoio migratorio di uomini e uccelli rischia di essere divorato dalla green economy, ormai sempre meno green e sempre più economy. Il consumo dei combustibili fossili – petrolio, carbone – non diminuisce, il territorio viene «tombato» dalle mastodontiche opere necessarie a piantare torri (e a installare pannelli fotovoltaici, invece che sugli edifici, nei terreni agricoli) e i contributi pubblici fioccano come manna dal cielo. «Da noi – ha scritto Giovanni Sartori su questo giornale – è fiorita soltanto l’ industria dell’ eolico, dei mulini a vento, ed è fiorita quasi soltanto perché fonte di tangenti e di intrallazzi». Dev’ esserci qualcosa di vero, se anche il ministro dell’ Economia, Giulio Tremonti, ha detto che «l’ eolico è l’ affare degli affari». Per esser chiari, rende molto di più del narcotraffico. Soprattutto in Italia, al primo posto in Europa per erogazione di finanziamenti pubblici, e in Puglia, che è al primo posto in Italia. Il «parco» eolico individuato con il compasso sulla rotta del grifone, per esempio, sarà di 94 megawatt, costerà tutt’ al più 50-60 milioni di euro e beneficerà, secondo alcuni calcoli approssimati per difetto, di contributi pubblici per 90 milioni di euro l’ anno, per vent’ anni. Cioè un miliardo e ottocento milioni. Oppure, se si vorranno riscuotere i contributi in «certificati verdi» (vendibili a chi inquina, affinché, pagando, possa continuare a farlo), di 280 milioni l’ anno per quindici anni, ovvero quattro miliardi e duecento milioni di euro. Naturalmente, nessun beneficio per la bolletta. Al contrario, è bene sapere che in questo modo per ogni chilowattora acquistato se ne pagano tre. Sarebbe bello se su questa rotta si incontrasse qualcuno pronto ad aiutare gli uccelli migratori, come molte volte è avvenuto per i popoli migranti. Qualche magistrato, per esempio. Che cercasse di capire, per dirne una, cosa c’ è dentro la società dal nome celestiale «Sky Saver», che ha sede in un piccolo paese pugliese e il cui socio unico è una società olandese. O che individui la logica che in Puglia consente di allestire dovunque si voglia un impianto di energia alternativa da un megawatt con una semplice autocertificazione (con un assessore all’ Ambiente che è un magistrato e un presidente che si professa «ambientalista»), mentre per una concessione edilizia – nel centro abitato – dei comuni rientranti in zona protetta si deve dimostrare che «non saranno utilizzati sistemi che provochino l’ allontanamento di volatili», che impediscano cioè ai falchetti di nidificare. Il nostro grifone non sa nulla di tutto questo. Sa bene però che quelle pale sono il suo nemico e che se anche superasse indenne le eliche al largo di Tricase, deve vedersela con quelle che lo aspettano in Puglia, Irpinia, Basilicata. Una selva. Che ogni giorno diventa più fitta. E dove una volta il grifone era il re. Tanto che con il suo nome, vultur gryphus, venne chiamato il Vulture, il vulcano spento che oggi è un lago di acqua minerale. Ma non tutto è perduto. Quattro parole hanno già fatto il giro del mondo: «vulture must not die» (il grifone non deve morire). È lo slogan internazionale di tutti quelli che gli vogliono bene.

RIPRODUZIONE RISERVATA L’ impianto

A volere il parco eolico offshore di Tricase fu, nel 2006, Grazia Francescato, ex presidentessa del Wwf, all’ epoca portavoce nazionale dei Verdi, nominata assessore all’ Ambiente dal sindaco Antonio Coppola (centrosinistra). Nelle «osservazioni» presentate dal Wwf alla Regione per la «Via» (Valutazione di impatto ambientale) – denunciano le associazioni contrarie al progetto – «non si fa cenno alla questione dell’ impatto sull’ avifauna migratoria, nonostante il Wwf, più di ogni altro, dovrebbe conoscere l’ importanza del canale di Otranto per le rotte migratorie, visto che gestisce parte della riserva Oasi delle Cesine, vicino a Otranto». Ma ci sono anche le pale eoliche sulla terraferma a creare allarme, come le 14 torri autorizzate dalla Regione Puglia sulla collina dei Fanciulli delle Ninfe, che rischiano di pregiudicare il riconoscimento da parte dell’ Unesco della città di Otranto come patrimonio dell’ umanità.

Vulpio Carlo

Pagina 32
(5 settembre 2010) – Corriere della Sera

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