Figli “diversi”. Ibridazione per mano umana

(da www.scrignodipandora.it)

Da alcuni anni si parla molto di un problema che affligge la popolazione di Lupo in Italia, il nostro Lupo appenninico (Canis lupus italicus). Il Lupo non è mai stato ben visto dall’uomo e si porta sul groppone, suo malgrado, ancora molte problematiche legate alla sua convivenza con l’uomo stesso.

Oggi tuttavia assistiamo ad una minaccia più subdola che lo sta incalzando, che è quella dell’ibridazione con il Cane (Canis lupus familiaris). Ciò è possibile perché esistono moltissimi cani randagi o vaganti, e di contro anche i lupi sono erratici, quindi possono incontrarsi. Ci sono zone in Italia, come ad esempio la Toscana, in cui questa situazione è molto presente. Gli ibridi sono individui nati dall’accoppiamento tra animali di specie diverse oppure tra animali appartenenti alla stessa specie, ma di diverse sottospecie. Gli ibridi possono essere sterili o fertili. Il Lupo e il Cane di fatto possono accoppiarsi e dare alla luce prole fertile.

La questione è fondamentalmente genetica, ossia individui di prima generazione derivanti, ad esempio, da una madre lupa e un padre cane acquisiranno dei caratteri genetici sia del Lupo che del Cane. Se questo individuo ibrido si riaccoppia con un Lupo darà alla luce prole in cui i caratteri del Cane tenderanno a diluirsi, ma non a scomparire. Se poi questi nati di seconda generazione si incrociano ancora con dei lupi la loro prole porterà ancora in minima parte i caratteri del cane generando man mano a loro volta una popolazione di lupi che manterrà questi caratteri canini. Insomma quei lupi non saranno più una popolazione selvatica pura e prima o poi potrebbero mostrare qualcuno di quei caratteri canini che si sono portati appresso. Essendo poi la genetica piuttosto complessa, la questione non è solo relativa alla purezza del genoma del Lupo, ma è anche di come quei caratteri canini possano rivelarsi più o meno incidenti sul fenotipo (aspetto esteriore), l’ecologia e i comportamenti adattativi del Lupo che si sono evoluti per farlo sopravvivere nell’ambiente che lo ospita.

Molti studiosi e ricercatori stanno studiando, delineando e affrontando questo problema, cercando di generare delle risposte che funzionino a tutela del Lupo. Il Lupo è un animale che tutti conosciamo, sin dalla nostra infanzia, ci hanno infarcito di favole e storie sul “lupo cattivo” e questa è la versione del Lupo che ahimé più spesso tutti conoscono. Ma non è la versione reale. Non è il Lupo.

Ma se io citassi ad esempio il Lanario (Falco biarmicus) oppure l’Aquila di Bonelli (Aquila fasciata)? Sì, lo so, forse pochi di voi li avranno mai sentiti nominare. Eppure sono anch’essi animali importanti della nostra fauna e, purtroppo, con popolazioni ridotte. Si tratta di Rapaci, appartenenti alla Famiglia rispettivamente dei Falconidi il primo e degli Accipitridi la seconda. E anche a loro, come a molti altri Rapaci, è toccata la sorte di venire ibridati. Ma questa volta non si tratta di una, chiamiamola, “libera” scelta dell’individuo vagante ad accoppiarsi con un individuo un po’ dissimile da lui, ma dell’alquanto inopportuna manipolazione umana.

L’ibridazione sui Rapaci è una realtà che si concretizza all’interno degli allevamenti di Rapaci (si parla di rapacicoltura). Questo tipo di allevamento, quando non è finalizzato alla conservazione del patrimonio genetico selvatico delle varie specie e sottospecie con finalità di reintroduzione in natura, è un’attività che genera un gran giro di soldi perché molti individui nati in cattività vengono venduti a privati di tutto il mondo o a falconieri che, purtroppo per questi poveri uccelli, sono rimasti con la mente al medioevo. Ritengono infatti che possedere uno o più rapaci per utilizzarli nella caccia (oggi davvero non più necessaria) o per fargli fare lo spettacolo del giretto in volo, per poi tornare sul loro braccio ad avere il loro pasto-ricompensa, sia voler bene a questi animali o peggio ancora sbandierano di mantenere la tradizione di un’arte antica che dovrebbe appunto, visti i tempi critici in cui versa la biodiversità mondiale, rimanere solo confinata sui libri di storia.

Spesso sono proprio i falconieri a creare allevamenti di Rapaci. E così ci sono allevamenti che generano a richiesta Falchi pellegrini, Lanari, Falchi sacri, Gheppi, Astori, Poiane, Poiane di Harris, Aquile reali, Aquile di Bonelli, Gufi reali, Gufi comuni, Civette, Allocchi, Barbagianni, Assioli e chi più ne ha più ne metta in un giro spaventoso di animali nati per volare liberi ma che invece passeranno la loro vita in una bella voliera (spesso anche piccola) oppure legati a un trespolo in vana attesa che il proprio padrone conceda loro un volo ravvicinato oppure non li tiri fuori per metterli in bella mostra alla gente con remunerato guadagno. Purtroppo spesso assistono anche i bambini a questi spettacoli… quando invece potrebbero essere più correttamente educati, con binocolo alla mano, all’osservazione di questi e altri uccelli liberi in natura. Si dice che questi allevamenti abbiano diminuito i furti dei piccoli ai nidi in natura, forse sarà anche così, ma la mercificazione degli animali (soprattutto i selvatici) io non l’ho mai davvero compresa. Quando ci sono i soldi a tenere banco, non c’è benessere animale che venga davvero garantito. Questo lo garantisce solo Madre Natura secondo i suoi dettami.

Comunque il furto di piccoli ai nidi è tutt’altro che scomparso, tanto che persone di buona volontà volontariamente e senza alcuna remunerazione si dedicano alla sorveglianza attiva dei nidi di molte specie di Rapaci, soprattutto quelli a più grave rischio di estinzione qui nel nostro Paese. E poi mi chiedo quale bracconiere sgancerebbe 10.000 o 20.000 euro per comprarsi un rapace? Continua a fare il bracconiere… è chiaro che tutta la falconeria, e di conseguenza la rapacicoltura, è partita in illo tempore depredando i piccoli dei rapaci nei nidi, con le conseguenze di una sempre più incisiva riduzione delle popolazioni selvatiche in natura.

Come però ho accennato sopra, la storia degli allevamenti non finisce qui; così, poiché il mercato richiede animali sempre più particolari, gli allevamenti si sono dedicati all’ibridazione tra sottospecie diverse e anche tra specie diverse: ad esempio poniamo il caso facciano riprodurre due sottospecie di Falco pellegrino, derivanti da popolazioni di diverse aree geografiche, di cui magari una è più grossa o ha un piumaggio differente, o è più aggressiva o chissà quale altra caratteristica che la rende singolare. Qual è il problema, oltre quello di generare un individuo con caratteristiche uniche rispetto alle sottospecie distinte di entrambi i genitori? Il problema è che spesso molti di questi individui, appunto ibridi, scappano dagli allevamenti, o dai falconieri, e tornano in natura. Che succede quindi? Succede quello che sta accadendo con gli ibridi di Lupo, portano in giro genomi diversi dalle due sottospecie originarie dei genitori e se si accoppiano a loro volta con altri individui di una sottospecie presente sul territorio, trasmetteranno i loro geni alla prole, e così via in un non più controllabile processo di trasformazione e mutamento di quella sottospecie; di certo diviene molto difficile arrestare un tale fenomeno.

L’ibridazione tra sottospecie diverse (intraspecifica) o quella tra specie diverse (interspecifica) (ad esempio un Falco pellegrino incrociato con un Girfalco o due diverse specie di Aquile incrociate fra loro) non è una cosa semplice da realizzarsi. In primo luogo perché, soprattutto tra specie diverse, esistono delle barriere biologiche e comportamentali che in natura fanno sì che individui di specie diverse genericamente non si accoppino tra loro mantenendosi quindi ben distanti attraverso l’isolamento riproduttivo (l’ibridazione di fatto esiste in natura ma non è comune e viene gestita dalla natura stessa attraverso i contesti in cui si verifica, attraverso le sue forze di trasformazione, di mutamento e anche di scomparsa delle specie). In secondo luogo molti Rapaci posseggono una certa dose di aggressività, spesso anche tra maschio e femmina della stessa specie, quindi non sempre si “piacciono”. Per ovviare a tutte queste problematiche che madre natura ha messo in campo con estrema cognizione affinché le diverse specie animali si riproducessero seguendo ciascuna i propri segnali e comportamenti, gli allevatori (sostituendosi a madre natura) hanno pensato bene di usare la gametizzazione artificiale (una perla… da aggiungere al famoso benessere animale): ossia è l’uomo che inserisce gli spermatozoi dell’individuo maschio nella cloaca della femmina. Ma come si fa a prelevare gli spermatozoi del maschio? Esistono varie tecniche: massaggio involontario (ossia l’animale viene manipolato per emettere lo sperma), donazione volontaria, elettroeiaculazione (potete ben immaginare), cotton-flock (viene inserito nella cloaca del maschio e si estrae lo sperma) e infine in casi estremi intervento chirurgico. Anche la femmina poi di contro subirà altre manipolazioni appunto per accogliere lo sperma.
Tutto questo per creare ibridi o per far riprodurre alcune specie di Rapaci, come ad esempio l’Aquila reale, che sono complicate da far riprodurre in cattività.

Altra perla poi, è l’uso di terapia ormonale che viene somministrata agli animali per far in modo che “scatti la scintilla” tra maschio e femmina e i due si accoppino. Naturalmente sulla terapia ormonale, sui dosaggi e sugli effetti collaterali non si sa molto e di certo nessuno dei poveri malcapitati potrà mai venircelo a raccontare.

Tutto questo è LEGALE. Tuttavia il fatto che sia legale non significa che sia giusto.
Ora, anche noi umani usiamo tecniche di inseminazione artificiale per avere figli, ma noi siamo non solo informati e consapevoli di tutte le procedure e i rischi che esse possono implicare, ma soprattutto siamo consenzienti.

Mi chiedo: è eticamente corretto sottoporre questi animali a simili trattamenti manipolatori che “forzano” la loro naturale identità, comportamento ed ecologia riproduttiva per scopi principalmente di interesse economico, semplicemente perché si deve mantenere un mercato di tutte queste sfortunate specie che risale ai tempi del nostro medioevo o alla cultura araba di possedere questi animali a mo’ di “status quo”?

Forse è ora che cominciamo ad assumere un atteggiamento più critico rispetto alle nostre diciamo “tradizioni” passate lasciandole al passato, è ora che cominciamo a ragionare mettendoci nei panni di questi animali tolti alla loro libertà di una vita per cui la natura li ha pensati; ciò che subiscono da noi è il risultato della nostra fame di vanità e di denaro, forse è ora che si intervenga a livello legislativo nazionale ed europeo in maniera molto dura su tutti coloro che non solo attentano alla vita della fauna selvatica, ma anche che la manipolano geneticamente contravvenendo non solo al benessere animale ma provocando anche possibili danni su questi individui ibridi poiché di fatto nessuno di noi può prevedere i possibili risultati di una combinazione genetica di individui diversi, fatta a tavolino (penso ad esempio allo sviluppo di possibili malattie genetiche o di altro genere); a tutto ciò va gravemente addizionato il danno ecologico degli ibridi che scappano sulle popolazioni selvatiche presenti in natura. Infine tutto questo non può essere un “business”, un affare, perché questa è la centralità di tutte le male-azioni di cui sopra. Il concetto denaro deve ormai oggi essere disgiunto dal concetto vita. La vita, soprattutto quella selvatica, non può essere rubata, comprata, né manipolata, né venduta. La vita deve essere libera e indipendente, proprio per come è nata. Forse le mie potranno apparire delle utopie in un mondo umano sempre più schiavo delle proprie aberrazioni, ma confido in quella parte “buona” che l’essere umano comunque possiede, affinché ci siano una sempre maggiore consapevolezza e presa di responsabilità delle persone verso le altre vite che ci accompagnano su questo pianeta e una maggiore pressione da parte di tutti noi verso la politica affinché si arrivi ad una soddisfacente tutela legislativa di queste vite. Vite di cui non siamo padroni.

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